L’importanza dell’esperienza

Una delle “critiche” che più spesso viene mossa ad esempio al Pastore Tedesco, uno dei cani più diffusi in Italia tanto da rappresentare l’icona del cane per eccellenza nell’immaginario collettivo, è quello di essere un cane polivalente ma non specializzato in nulla. Il nome stesso tradisce le sue origini di cane da pastore ma, a ben guardare, oggi è forse una delle razze meno impiegate per lavorare sul bestiame. A meno che non si tratti di incroci, ma in questo caso del Deutscher Shäferhunde rimane poco.

Il perché sta proprio in quanto è stato appena detto. In quanto cane popolarissimo e ricercato, l’uomo nel corso di circa un secolo di storia ne ha plasmato le attitudini fino a renderlo adatto un po’ per tutti gli usi (dalla compagnia all’impiego in polizia) e soprattutto adatto a tempi in cui la pastorizia è un’attività almeno da noi quasi del tutto industrializzata e pertanto meno bisognosa di cani che sappiano gestire il bestiame. A questo si aggiunge il fatto che, nella maggior parte del territorio, il pericolo per le greggi di certo non è più legato ai lupi; semmai a ladri con tanto di camion e una rete clandestina per lo smercio di animali vivi o di carne.

Se ci allontaniamo di qualche centinaio di chilometri ad Est, invece, troviamo una serie di pastori che per contro hanno conservato immutate o quasi le capacità di conduzione e protezione delle greggi tipiche dei loro avi. Pensiamo ad esempio a cani ungheresi come il Puli o il Mudi; a certi pastori croati; al Pastore di Ciarplanina, della ex Jugoslavia.

In questi casi spesso lo standard sottolinea con evidenza le loro capacità lavorative e cita un termine vago, “rustico”, ma che dice molto: abbiamo a che fare con razze poco malleate dall’uomo e pertanto integre, quasi ataviche.

In Italia, a parte qualche area ad esempio in centro Italia, nelle isole o in montagna, il cane da pastore tout court raramente è un cane di razza. Perlopiù si tratta di bastardoni frutto dell’incrocio sapiente (e dettato più dall’esperienza che da nozioni di cinognostica) effettuato dai margari o dagli agricoltori. I cani di oggi, con i loro altisonanti pedigree, insomma non sanno quasi più lavorare. E per loro servono prove fittizie su bestiame, dove in qualche caso ritrovano una vena di quello che è stato il loro compito per secoli.

In una sorta di omogeneizzazione collettiva volta a standardizzarele peculiarità care ad un mercato di cinofili urbanizzati e con scarse esigenze di un cane da lavoro, i nostri cani allora perdono l’esperienza e si fanno “altro da sé”, salvo poi subire gli effetti nefasti dello scarso movimento, del sovrappeso, o dello stress da noia assolutamente sconosciuto ai nerboruti Ciarplanina, Mudi, Puli ecc. che in patria continuano a offrire il loro contributo fondamentale all’uomo.